Quando il corpo diventa un indicatore climatico

Cosimo Squillante
January 8, 2026
5 min read

L’obesità è spesso raccontata come un problema individuale, una questione di scelte alimentari o di stile di vita. I cambiamenti climatici, al contrario, vengono trattati come una crisi sistemica, che riguarda l’energia, l’ambiente, l’economia globale. Tenere separati questi due piani è sempre meno sostenibile. Le evidenze scientifiche mostrano che obesità e clima non solo coesistono, ma si influenzano a vicenda, condividendo determinanti sociali, ambientali e biologici. Oggi questa connessione conta perché mette in discussione l’idea che la salute pubblica possa essere affrontata senza considerare il contesto ecologico in cui i corpi vivono, si muovono e mangiano.

La letteratura recente, a partire da un’analisi pubblicata su Frontiers in Science, propone una lettura integrata: il riscaldamento globale, l’urbanizzazione, i sistemi alimentari ad alta intensità di carbonio e l’ineguaglianza sociale costruiscono ambienti che favoriscono l’aumento di peso e rendono più difficile prevenirlo o trattarlo. Non è un nesso semplice né lineare, ma è abbastanza solido da imporre un cambio di prospettiva.

Un doppio carico che cresce insieme

Il concetto di doppio carico è centrale per capire il fenomeno. Da un lato, l’obesità aumenta la vulnerabilità delle persone agli stress climatici, come le ondate di calore; dall’altro, il cambiamento climatico crea condizioni che rendono più probabile l’aumento di peso a livello di popolazione. Le alte temperature riducono la propensione all’attività fisica all’aperto, alterano il sonno e possono influenzare i meccanismi di regolazione metabolica. Allo stesso tempo, eventi estremi e instabilità climatica incidono sulla disponibilità e sul prezzo degli alimenti, favorendo diete più povere dal punto di vista nutrizionale e più dense dal punto di vista calorico.

Questa interazione produce un circolo difficile da spezzare. Le comunità più esposte agli impatti climatici sono spesso le stesse che hanno minore accesso a cibo sano, spazi verdi e servizi sanitari adeguati. In questo senso, obesità e cambiamenti climatici condividono una radice sociale profonda: l’organizzazione degli ambienti di vita.

Caldo estremo, metabolismo e disuguaglianze

L’aumento delle temperature non colpisce tutti allo stesso modo. Le persone con obesità presentano una termoregolazione meno efficiente, una maggiore produzione di calore corporeo e una minore capacità di dissiparlo. Durante le ondate di calore, questo si traduce in un rischio più elevato di complicanze cardiovascolari e respiratorie. La ricerca evidenzia come il caldo estremo non sia solo un fattore di stress ambientale, ma un moltiplicatore di rischi preesistenti.

Bloomberg, Getty image

A questo si aggiunge una dimensione urbana. Le isole di calore rendono le città particolarmente ostili nei mesi estivi, soprattutto nei quartieri con meno alberi, meno ombra e meno infrastrutture verdi. In questi contesti, muoversi a piedi o praticare attività fisica diventa più difficile e, talvolta, sconsigliabile. Il clima, così, entra nel metabolismo quotidiano delle persone, non come evento eccezionale ma come condizione permanente.

Sistemi alimentari che pesano sul corpo e sul pianeta

Un altro punto di contatto cruciale riguarda i sistemi alimentari. Le diete che contribuiscono maggiormente all’aumento di peso sono spesso le stesse associate a un’elevata impronta ambientale: alimenti ultra-processati, ricchi di zuccheri e grassi, prodotti lungo filiere energivore e globalizzate. Questi cibi sono convenienti, accessibili e stabili nel tempo, caratteristiche che li rendono dominanti in contesti di incertezza climatica ed economica.

La crisi climatica aggrava questa dinamica. Siccità, alluvioni e instabilità dei raccolti colpiscono in modo selettivo le produzioni fresche, rendendo frutta e verdura più costose e meno disponibili. Il risultato è una dieta mediamente più calorica e meno nutriente, che alimenta l’aumento di peso e, allo stesso tempo, rafforza modelli produttivi ad alto impatto ambientale. Qui il legame tra obesità e clima non è metaforico: è incorporato nelle scelte quotidiane di consumo.

Movimento, ambiente costruito e adattamento

Parlare di prevenzione dell’obesità senza considerare l’ambiente costruito rischia di essere inefficace. Le politiche di adattamento climatico, come la creazione di spazi verdi, piste ciclabili ombreggiate e infrastrutture per la mobilità attiva, hanno effetti diretti sia sulla riduzione delle emissioni sia sulla salute metabolica. Non si tratta di promuovere comportamenti individuali in astratto, ma di rendere alcune scelte più facili di altre.

NASA Earth Observatory image by Joshua Stevens

Tuttavia, anche qui emergono zone grigie. Gli interventi urbani richiedono tempo, investimenti e una governance coerente. Inoltre, non sempre i benefici sono distribuiti equamente: i quartieri più ricchi tendono a ricevere prima le infrastrutture verdi, mentre quelli più vulnerabili restano esposti a caldo, traffico e inquinamento. La sostenibilità rischia così di diventare un privilegio, invece che una strategia di salute pubblica.

Una relazione bidirezionale da governare

Un aspetto meno discusso, ma altrettanto rilevante, è il contributo indiretto dell’obesità alle emissioni. Una popolazione con un peso medio più elevato implica un maggiore consumo di energia lungo tutta la catena: dalla produzione alimentare ai trasporti, fino alla sanità. Questo non significa colpevolizzare i corpi, ma riconoscere che le dinamiche di salute e quelle ambientali sono intrecciate anche sul piano dei flussi materiali.

La letteratura invita a evitare semplificazioni pericolose. Non esiste una soluzione unica che riduca contemporaneamente obesità ed emissioni senza affrontare le disuguaglianze strutturali. Le politiche efficaci sono quelle che agiscono su più livelli: ambiente, alimentazione, mobilità, lavoro. In questo senso, obesità e cambiamenti climatici rappresentano un banco di prova per approcci integrati alla sostenibilità.

Oltre la somma dei problemi

Considerare obesità e clima come due crisi separate significa perdere l’occasione di intervenire sulle cause comuni. L’analisi pubblicata su Frontiers in Science suggerisce che le risposte frammentate rischiano di essere meno efficaci e più costose nel lungo periodo. Integrare la salute nelle politiche climatiche e il clima nelle politiche sanitarie non è un esercizio teorico, ma una necessità operativa.

La sfida, nei prossimi anni, sarà evitare che questo legame venga ridotto a uno slogan o a una nuova etichetta. Capire come il clima entra nei corpi e perché i corpi diventano indicatori ambientali richiede un cambio di sguardo. Non si tratta di aggiungere un capitolo alle politiche esistenti, ma di ripensare il modo in cui definiamo benessere, rischio e responsabilità collettiva.

Una domanda che resta aperta

Se il clima modifica i comportamenti, il metabolismo e le possibilità di scelta, allora la prevenzione dell’obesità non può più essere confinata alla sfera individuale. Allo stesso tempo, se le politiche climatiche influenzano ciò che mangiamo, come ci muoviamo e dove viviamo, allora la salute diventa un criterio centrale per valutarne l’efficacia. La domanda che resta aperta non è se obesità e cambiamenti climatici siano collegati, ma se saremo in grado di governare questa relazione senza ridurla a colpe individuali o a soluzioni parziali. È su questo terreno, più che nei numeri isolati, che si giocherà una parte decisiva della sostenibilità futura.

Gallery

Frontiers in Science – Obesity and climate change: a complex, bidirectional relationship
https://www.frontiersin.org/journals/science/articles/10.3389/fsci.2025.1613595/full

World Health Organization – Obesity and overweight
https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/obesity-and-overweight

Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – Climate Change 2023: Impacts, Adaptation and Vulnerability
https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/

Cosimo Squillante
January 8, 2026
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