Last mile delivery: perché l’ultimo miglio è il tratto più “sporco” dell’e-commerce

Giulia Tripaldi
February 19, 2026
5 min read

L’ordine online è diventato un gesto quasi automatico: due tap, conferma, notifica “in consegna”. Eppure, dietro quella semplicità, la logistica si complica proprio alla fine. L’ultimo miglio, quello che separa il magazzino “vicino a te” dal citofono di casa, è spesso la fase più costosa, la più frammentata e, soprattutto, quella dove si concentrano una parte rilevante di traffico, emissioni e inefficienze urbane. Non perché l’e-commerce sia “il male” in sé, ma perché la città è un ambiente difficile: strade strette, soste impossibili, finestre di consegna ristrette, destinatari assenti, e una domanda che chiede velocità come se fosse gratis.

In questa tensione nasce il cuore del tema: la last mile delivery non è solo un problema di corrieri e furgoni. È un problema di organizzazione urbana, di scelta tecnologica, di abitudini dei consumatori e di regole pubbliche. Ed è qui che la sostenibilità quotidiana smette di essere una lista di buone intenzioni e diventa una domanda concreta: come facciamo arrivare le cose che compriamo senza trasformare ogni consegna in un piccolo ingorgo e in una scia invisibile di CO₂?

Che cos’è la last mile delivery e perché conta più di quanto sembra?

La last mile delivery è l’ultima tratta della spedizione: il passaggio dal nodo logistico più vicino (hub, deposito, punto di smistamento) al cliente finale. È una definizione semplice, che però nasconde un salto enorme di complessità. Nelle tratte lunghe, i volumi si consolidano: tanti pacchi viaggiano insieme su mezzi capienti e percorsi relativamente ottimizzati. Nell’ultimo miglio succede l’opposto: le consegne si disperdono, aumentano le fermate, i chilometri “a vuoto” e i tempi morti. È il tratto dove una stessa quantità di merce può generare un numero sproporzionato di spostamenti.

In più, l’ultimo miglio è diventato centrale perché la promessa commerciale si gioca lì. Consegnare “domani”, “oggi”, o in una fascia di un’ora significa caricare la città di ulteriori vincoli: più giri, più tentativi, più mezzi in circolazione, spesso negli stessi orari. Le analisi e i report dedicati alla logistica urbana evidenziano che il tema non riguarda solo le emissioni climalteranti, ma anche qualità dell’aria, rumore, sicurezza stradale e congestione.

Perché l’ultimo miglio è il punto critico per emissioni e traffico?

C’è un paradosso che vale la pena fissare: la logistica dell’e-commerce può essere efficiente su grandi distanze, ma diventare inefficiente negli ultimi chilometri. Il motivo è fisico e organizzativo insieme. Nel traffico urbano, un furgone passa molto tempo fermo o a bassa velocità; ogni stop richiede manovre, ricerca di parcheggio, doppie file, ripartenze. In termini energetici, è una sequenza di sprechi. In termini di vivibilità urbana, è un carico di veicoli che competono con residenti, mezzi pubblici e servizi.

Le istituzioni europee inquadrano la questione come parte della più ampia trasformazione verso una logistica urbana a zero emissioni, perché il trasporto merci in città è uno dei tasselli che impediscono di migliorare davvero aria e rumore nei centri abitati. L’Unione Europea sta lavorando su raccomandazioni e pratiche per rendere più pulita ed efficiente la distribuzione urbana, riconoscendo che senza coordinamento locale e strumenti dedicati l’ultimo miglio tende a “sfuggire” all’ottimizzazione.

Poi c’è l’aspetto comportamentale, che è sostenibilità quotidiana allo stato puro: consegne gratuite, resi facili, acquisti spezzettati, urgenze artificiali. Se ogni famiglia riceve pacchi piccoli e frequenti, il sistema perde consolidamento e moltiplica i passaggi. Il risultato non è solo più CO₂, ma più veicoli, più ore in strada, più pressione sulle infrastrutture.

Come funzionano microhub e urban consolidation center, e perché stanno tornando?

Una delle risposte più interessanti, oggi, è riportare ordine dove l’ultimo miglio tende al caos: i microhub e i centri di consolidamento urbano. L’idea è “semplice” ma potente: invece di far entrare in centro decine di furgoni che arrivano da depositi esterni, si crea un punto intermedio vicino alle aree dense. Qui le merci vengono trasferite da mezzi più grandi a soluzioni più leggere e pulite: cargo bike, piccoli veicoli elettrici, consegne a piedi per l’ultimissimo tratto.

Perché è una strada promettente? Perché riduce i chilometri urbani dei mezzi più ingombranti e permette giri di consegna più rapidi nelle aree congestionate. L’Osservatorio europeo sulla mobilità urbana descrive i microhub come spazi di trasferimento e consolidamento che aiutano a ridurre l’impatto delle consegne e a rendere possibile l’uso di mezzi a basse o zero emissioni, soprattutto nelle zone centrali.

C’è anche un dettaglio pratico che spesso si sottovaluta: i microhub non sono solo “magazzini piccoli”, ma nodi di servizio. Possono offrire ricarica, parcheggio, condivisione di flotte e gestione dei picchi. In una città, la differenza tra un’idea sulla carta e qualcosa che funziona è fatta di minuti e metri: dove si carica, dove si sosta, dove si scambiano i colli senza intralciare.

Parcel locker e punti di ritiro: sono davvero più sostenibili della consegna a casa?

Qui tocchiamo una scelta quotidiana che, sommata, cambia molto: consegna a domicilio o consegna a punto? I parcel locker e i punti di ritiro (negozi convenzionati, hub di quartiere) riducono il numero di consegne “fallite”, cioè quei tentativi in cui il destinatario non c’è e il corriere deve ripassare o riprogrammare. Ogni tentativo in più è un giro in più. Centralizzare le consegne in un punto unico permette di consolidare volumi, ridurre fermate e rendere il percorso più prevedibile.

Questo non significa che il locker sia sempre migliore in assoluto: dipende da come ci si arriva. Se il punto di ritiro è raggiunto a piedi o durante un tragitto già previsto, il beneficio è evidente. Se richiede un viaggio in auto dedicato, il vantaggio può ridursi o svanire. La sostenibilità qui non è un’etichetta, è una somma di micro-decisioni: la vera domanda è se stai sostituendo un tragitto o aggiungendone uno.

Il punto importante, però, è che locker e punti di ritiro spostano il sistema verso una logica più “collettiva” e meno atomizzata, e questo è esattamente ciò che all’ultimo miglio manca.

Cargo bike ed elettrico: sono soluzioni reali o solo progetti pilota?

La cargo bike è diventata uno dei simboli della logistica urbana pulita, perché in città dense può essere sorprendentemente efficace: meno ingombro, accesso più semplice, zero emissioni locali, soste più rapide. Non è una soluzione universale: non trasporta frigoriferi e non sostituisce tutto. Però, nelle consegne di pacchi piccoli e medi, in aree compatte, può ridurre traffico e inquinamento in modo concreto.

L’elettrificazione dei furgoni è l’altra grande leva. Qui la sfida è più infrastrutturale: servono punti di ricarica, pianificazione dei turni, adeguamento delle flotte e, spesso, incentivi. Ma il trend europeo è chiaro: spingere verso zero-emission urban freight e rendere l’ultimo miglio compatibile con obiettivi di qualità dell’aria e clima.

L’elemento chiave è evitare lo storytelling “o tutto elettrico o niente”: la realtà è un mix. In molti contesti, la combinazione microhub + cargo bike per il centro e van elettrici per le tratte di accesso crea un sistema più stabile di quanto farebbe una sola tecnologia.

Cosa può fare chi compra online per ridurre l’impatto dell’ultimo miglio?

Qui l’articolo deve tornare a terra, nel quotidiano, senza moralismi. La leva più forte è spesso la meno discussa: ridurre la frammentazione degli ordini. Un pacco unico al posto di tre pacchi in tre giorni cambia davvero le cose perché migliora il consolidamento. La seconda leva è scegliere opzioni che riducono la complessità: consegna in un punto di ritiro vicino, fasce di consegna più ampie, evitare l’urgenza quando non serve. La terza è limitare i resi “di prova” quando diventano routine: ogni reso è un viaggio al contrario, spesso più difficile da ottimizzare.

E poi c’è una scelta che sembra piccola ma è potente: premiare i servizi che dichiarano e dimostrano pratiche migliori, come flotte a zero emissioni, consegne consolidate, locker diffusi. Il consumatore non controlla la filiera, ma orienta la domanda. E, nel 2026, la domanda è una parte dell’infrastruttura.

Ultimo miglio sostenibile: quali scelte stanno diventando lo standard?

Se guardiamo il trend, la direzione è meno “fantascientifica” e più ingegneristica: microhub, consolidamento, elettrificazione, cargo bike dove ha senso, punti di ritiro per ridurre tentativi falliti, e dati condivisi tra città e operatori per coordinare orari e accessi. È una sostenibilità fatta di organizzazione, non di slogan. Ed è proprio qui che l’ultimo miglio diventa un tema perfetto per Abouthat: perché è una questione ambientale che si tocca ogni giorno, pacco dopo pacco, strada dopo strada.

Come rendere davvero sostenibile la last mile delivery senza rinunciare alla comodità

L’ultimo miglio non è un difetto nascosto dell’e-commerce: è la sua “zona di attrito”, il punto in cui la promessa di comodità incontra i limiti fisici della città. La buona notizia è che le soluzioni non mancano e non sono solo prototipi: l’Europa sta spingendo in modo sempre più esplicito su logistica urbana a zero emissioni, e l’industria sta sperimentando strumenti concreti come microhub, cargo bike, van elettrici e parcel locker.

La domanda, per chi legge, è anche personale: quanta fretta ci serve davvero, quante consegne spezzettate stiamo alimentando, quante alternative abbiamo a portata di quartiere? In un mondo dove l’acquisto è un clic, la sostenibilità non è togliere il clic. È fare in modo che quel clic non diventi, sistematicamente, un furgone in più sotto casa.

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Giulia Tripaldi
February 19, 2026
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