Record di temperature degli oceani: perché il calore marino sta cambiando il clima globale

Giulia Tripaldi
February 6, 2026
5 min read

Perché il riscaldamento degli oceani è diventato un segnale chiave della crisi climatica?

Nel 2025 le temperature degli oceani hanno toccato un nuovo massimo storico. Non è solo un numero che sale in un grafico: è un segnale fisico potente, misurabile, che racconta molto più di quanto facciano le temperature dell’aria. Gli oceani assorbono oltre il 90% del calore in eccesso generato dal riscaldamento globale. Per questo, quando il mare si scalda in modo anomalo e persistente, significa che l’intero sistema climatico sta accumulando energia. E quell’energia, prima o poi, viene redistribuita sotto forma di fenomeni estremi, alterazioni degli ecosistemi e instabilità meteorologica.

Negli ultimi anni, e in modo ancora più evidente nel 2025, le anomalie di temperatura superficiale marina hanno superato soglie considerate eccezionali fino a poco tempo fa. Il dato non è isolato né episodico: è coerente con una tendenza di lungo periodo che la comunità scientifica monitora da decenni e che oggi entra in una fase nuova, più rapida e più visibile.

Che cosa significa davvero “oceani più caldi”?

Quando si parla di oceani che si scaldano, non ci si riferisce solo alla temperatura dell’acqua in superficie. Il parametro più importante è il contenuto di calore oceanico, cioè quanta energia termica è immagazzinata nelle diverse profondità del mare. Gli oceani funzionano come un gigantesco serbatoio: accumulano calore lentamente, ma lo rilasciano altrettanto lentamente, influenzando il clima per anni o decenni.

Nel 2025 questo contenuto di calore ha raggiunto valori record. Le temperature superficiali marine sono state spesso superiori alla media stagionale di oltre un grado in vaste aree, con punte ancora più alte in alcune regioni dell’Atlantico e del Pacifico. Può sembrare poco, ma in termini fisici è un’enormità: anche variazioni apparentemente minime implicano quantità di energia sufficienti a modificare correnti, venti e cicli atmosferici.

Perché gli oceani assorbono così tanto calore?

Il motivo è legato alle proprietà fisiche dell’acqua. Gli oceani hanno una capacità termica molto elevata, cioè riescono ad assorbire grandi quantità di calore senza scaldarsi rapidamente come l’aria. Questo ha avuto per decenni un effetto “ammortizzatore” sul riscaldamento globale, rallentando l’aumento delle temperature atmosferiche. Ma questo stesso meccanismo oggi mostra il suo lato oscuro: il calore accumulato non scompare, resta intrappolato nel sistema.

Secondo le analisi di enti come la NASA e la NOAA, la curva del contenuto di calore oceanico continua a salire senza segnali di stabilizzazione. È come se il pianeta stesse caricando una batteria sempre più grande, con conseguenze che non si limitano agli oceani stessi.

Anomalie del contenuto di calore degli oceani rispetto alla media storica (fonte: NOAA)

In che modo il calore degli oceani amplifica gli eventi climatici estremi?

Oceani più caldi significano più energia disponibile per l’atmosfera. Le tempeste tropicali, ad esempio, si alimentano proprio del calore superficiale del mare. Quando l’acqua è più calda del normale, gli uragani possono diventare più intensi, più piovosi e più duraturi. Non è solo una questione di vento: è soprattutto una questione di piogge estreme e alluvioni.

Anche alle nostre latitudini gli effetti sono evidenti. Un mare più caldo altera i gradienti di temperatura tra oceano e continente, influenzando la posizione delle correnti a getto e la persistenza delle configurazioni atmosferiche. Questo contribuisce a ondate di calore più lunghe, periodi di siccità prolungata alternati a precipitazioni improvvise e violente. In pratica, il clima diventa meno prevedibile e più “bloccato” su estremi.

Che cosa sono le ondate di calore marine e perché contano?

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di marine heatwaves, ondate di calore marine. Sono periodi in cui la temperatura del mare resta insolitamente alta per settimane o mesi. Nel 2025 questi eventi sono diventati più frequenti e più estesi, coinvolgendo interi bacini.

Per gli ecosistemi marini è uno stress enorme. Le barriere coralline, ad esempio, reagiscono con fenomeni di sbiancamento che possono portare alla morte del corallo. Anche specie meno “iconiche” subiscono effetti profondi: cambia la distribuzione dei pesci, si alterano le catene alimentari, si riduce la produttività di alcune aree di pesca. È un impatto diretto sulla sicurezza alimentare e sull’economia costiera.

Che ruolo giocano El Niño e la variabilità naturale?

Una domanda legittima è se questi record siano dovuti solo al cambiamento climatico o anche a fenomeni naturali come El Niño. La risposta della scienza è chiara: la variabilità naturale esiste e influisce, ma si inserisce in un contesto di riscaldamento di fondo causato dalle emissioni di gas serra.

Eventi come El Niño possono amplificare temporaneamente il riscaldamento delle acque superficiali, ma partono da una base già più calda rispetto al passato. È come salire su una scala mobile che va verso l’alto: anche quando ti fermi, continui a salire. Questo è il motivo per cui ogni nuovo episodio naturale tende a battere record precedenti.

Perché il riscaldamento degli oceani è una questione di sostenibilità globale?

Gli oceani non sono solo una componente del clima: sono un sistema di supporto vitale per il pianeta. Regolano il ciclo del carbonio, producono gran parte dell’ossigeno che respiriamo attraverso il fitoplancton e sostengono milioni di persone che vivono di pesca e turismo.

Un oceano più caldo è spesso anche un oceano meno efficiente nell’assorbire CO₂. Questo crea un circolo vizioso: meno carbonio assorbito dal mare significa più gas serra in atmosfera, quindi ulteriore riscaldamento. Dal punto di vista della sostenibilità, ignorare il ruolo degli oceani equivale a guardare solo metà del problema climatico.

Cosa ci dice la scienza più recente sul futuro degli oceani?

Le valutazioni dell’IPCC indicano che il riscaldamento degli oceani continuerà per decenni anche nello scenario di una rapida riduzione delle emissioni. Questo non significa che agire sia inutile, ma che ogni frazione di grado conta. Limitare l’aumento delle temperature globali riduce la velocità e l’intensità con cui gli oceani accumulano calore, contenendo i danni a lungo termine.

La ricerca scientifica sta anche sviluppando nuovi strumenti di monitoraggio, dai satelliti alle boe oceaniche, per comprendere meglio come il calore si distribuisce in profondità. È una conoscenza fondamentale per migliorare i modelli climatici e le strategie di adattamento.

Perché capire il calore degli oceani ci riguarda tutti

Il record di temperature oceaniche del 2025 non è una curiosità per addetti ai lavori. È una chiave di lettura del presente e del futuro. Significa città costiere più esposte, agricoltura più vulnerabile agli estremi climatici, ecosistemi marini sotto pressione crescente. Ma significa anche maggiore consapevolezza: gli oceani sono un indicatore affidabile e inequivocabile dello stato di salute del pianeta.

Perché il record degli oceani è un campanello d’allarme da non ignorare

Il riscaldamento degli oceani è una delle prove più solide del cambiamento climatico in atto. Non è influenzato da oscillazioni giornaliere o da percezioni soggettive: è un dato fisico, cumulativo, che racconta quanta energia stiamo immettendo nel sistema Terra. Ignorarlo significa rinunciare a comprendere le radici profonde della crisi climatica. Affrontarlo, invece, vuol dire mettere gli oceani al centro delle politiche di mitigazione e adattamento, riconoscendo che senza mari in equilibrio non può esistere un futuro sostenibile.

Giulia Tripaldi
February 6, 2026
5 min read