Patto del Grano Buono: che cos’è davvero il programma Harmony e perché riguarda anche noi

Giulia Tripaldi
February 20, 2026
5 min read

Vi è mai capitato di leggere sul retro di un pacco di biscotti la scritta “Patto del Grano Buono” e di non sapere esattamente cosa significhi? È una di quelle frasi che sembrano rassicuranti, ma che spesso scorrono via insieme agli ingredienti e alla tabella nutrizionale. Eppure dietro quelle parole c’è un programma strutturato che riguarda agricoltura, biodiversità, filiera industriale e politiche di sostenibilità.

Il nome che si nasconde dietro quel patto è Harmony, un programma europeo di agricoltura sostenibile promosso da Mondelez International e attivo dal 2008. In Italia è operativo dal 2015 e coinvolge agricoltori, cooperative, tecnici agronomi ed enti di controllo. Non si tratta semplicemente di acquistare grano “di qualità”, ma di definire come quel grano viene coltivato, con quali regole e con quali impegni ambientali.

La domanda allora cambia prospettiva. Non è più solo “che biscotti sto comprando”, ma “come è stato coltivato il grano che sto mangiando”.

Che cos’è il Patto del Grano Buono?

Il Patto del Grano Buono è la traduzione comunicativa del programma Harmony. Il cuore del progetto è la Carta Harmony, un disciplinare tecnico che stabilisce pratiche agricole obbligatorie per gli agricoltori aderenti.

L’obiettivo è rendere la coltivazione del grano più sostenibile dal punto di vista ambientale e più stabile dal punto di vista economico. Questo significa lavorare su più livelli contemporaneamente. Riduzione dell’impatto dei pesticidi, uso responsabile dei fertilizzanti, tutela del suolo, gestione dell’acqua, protezione della biodiversità e tracciabilità della filiera.

Secondo il sito ufficiale del programma, Harmony coinvolge migliaia di agricoltori in diversi Paesi europei e garantisce che il grano utilizzato nei prodotti aderenti provenga esclusivamente da coltivazioni certificate secondo la Carta. Il sistema prevede verifiche e audit indipendenti per assicurare il rispetto degli standard stabiliti.

La sostenibilità, in questo caso, non è un concetto generico ma un insieme di criteri documentati e controllati.

Come funziona la Carta Harmony nella pratica agricola?

Qui entriamo nel punto più interessante. Perché parlare di sostenibilità agricola significa entrare nel campo, letteralmente.

La Carta Harmony prevede che gli agricoltori adottino tecniche di coltivazione più attente all’equilibrio dell’ecosistema. Questo include la rotazione delle colture, la protezione delle fasce verdi attorno ai campi e la creazione di aree dedicate alla biodiversità, come strisce fiorite per favorire la presenza di insetti impollinatori.

Non è un dettaglio romantico. La presenza di impollinatori incide direttamente sulla salute degli ecosistemi agricoli. L’IPBES, la piattaforma scientifica intergovernativa sulla biodiversità, ha più volte sottolineato quanto la perdita di impollinatori rappresenti un rischio per la sicurezza alimentare globale.

Nel caso del programma Harmony, l’impegno per la biodiversità si traduce in superfici dedicate a habitat naturali all’interno delle aziende agricole. Questo elemento è centrale perché connette l’agricoltura industriale con la tutela dell’ecosistema, superando la visione secondo cui produzione e ambiente siano inevitabilmente in conflitto.

Perché il grano è un tema politico oltre che agricolo?

Il grano non è solo una coltura. È una materia prima strategica, con implicazioni economiche, geopolitiche e ambientali. La Commissione Europea, attraverso la strategia Farm to Fork, ha posto al centro delle politiche agricole la riduzione dell’uso di pesticidi e fertilizzanti e la transizione verso sistemi alimentari più sostenibili.

In questo contesto, programmi come Harmony si inseriscono in un quadro più ampio di trasformazione della filiera agroalimentare europea. Non sostituiscono le politiche pubbliche, ma dialogano con esse, anticipando in alcuni casi standard che diventano poi oggetto di regolamentazione.

Il punto chiave è questo: quando un’azienda alimentare decide di imporre standard ambientali ai propri fornitori agricoli, sta esercitando un ruolo politico nella filiera. Sta influenzando il modo in cui si coltiva su migliaia di ettari di terreno. È qui che l’eco-politica incontra la confezione del supermercato.

Quali benefici reali produce questo modello?

Dal punto di vista ambientale, la riduzione dell’uso di fitofarmaci e fertilizzanti può contribuire a migliorare la qualità del suolo e delle acque. Un suolo sano non è solo più produttivo, ma è anche più capace di trattenere carbonio, contribuendo alla mitigazione climatica.

Dal punto di vista economico, l’agricoltore che aderisce al programma ottiene una relazione più stabile con l’acquirente industriale. Questo significa maggiore prevedibilità dei ricavi e minore esposizione alle fluttuazioni del mercato. La sostenibilità, quindi, non è solo ambientale ma anche economica.

Dal punto di vista del consumatore, la tracciabilità offre trasparenza. In un sistema alimentare complesso, sapere che una materia prima segue un disciplinare verificato riduce l’opacità della filiera.

Naturalmente resta legittimo interrogarsi sulla portata reale di questi programmi. Quanti ettari coinvolgono? Quanto incidono rispetto alla produzione complessiva di grano? Sono domande corrette e fanno parte di un approccio critico. Tuttavia è altrettanto corretto riconoscere che rappresentano un tentativo concreto di integrare criteri ambientali nella produzione su larga scala.

Il Patto del Grano Buono è marketing o trasformazione reale?

La risposta non può essere binaria. È certamente anche comunicazione, perché vive sulle confezioni. Ma è comunicazione fondata su un sistema strutturato di regole e controlli.

La differenza tra slogan e programma sta nella verificabilità. Nel caso di Harmony esistono un disciplinare pubblico, criteri tecnici, audit indipendenti e reportistica. Questo non significa che sia un modello perfetto o definitivo, ma che non si tratta di una semplice etichetta priva di contenuto.

Ed è proprio qui che il tema diventa interessante per Abouthat. Perché il Patto del Grano Buono dimostra come la sostenibilità possa essere integrata nella filiera industriale non solo come promessa, ma come sistema organizzato.

Dal retro della confezione al campo agricolo: cosa cambia davvero?

La prossima volta che vedremo quella scritta su un pacco di biscotti potremmo leggerla con occhi diversi. Non come una frase generica, ma come la sintesi di un accordo tra industria e agricoltori che prova a modificare pratiche concrete nei campi europei.

La vera sfida, nei prossimi anni, sarà ampliare questo tipo di modelli, renderli sempre più rigorosi e integrarli con le politiche pubbliche sulla transizione agricola. Perché il futuro dell’alimentazione sostenibile non si gioca solo nelle scelte individuali, ma nelle regole che orientano le filiere.

Il Patto del Grano Buono non è la soluzione a tutti i problemi dell’agricoltura europea, ma è un esempio di come le scelte industriali possano influenzare l’uso del suolo, la biodiversità e la resilienza degli ecosistemi.

E a volte basta leggere una frase su una confezione per accorgersi che dietro un biscotto c’è molto più di farina e zucchero.

Giulia Tripaldi
February 20, 2026
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