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L’inizio del 2026 segna un passaggio delicato per la governance climatica globale. Mentre la crisi climatica continua a produrre effetti misurabili su economie, territori e sistemi sociali, una notizia sta ridisegnando gli equilibri diplomatici: gli Stati Uniti hanno avviato il ritiro da decine di organizzazioni internazionali, incluse alcune direttamente o indirettamente legate alla cooperazione ambientale e climatica. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di una scelta politica con implicazioni concrete sul funzionamento dei meccanismi multilaterali che, negli ultimi trent’anni, hanno cercato di coordinare la risposta globale al riscaldamento del pianeta.
In questo scenario, il ruolo di istituzioni come l’IPCC e l’UNFCCC diventa ancora più centrale, ma anche più fragile. Capire cosa sta accadendo, e perché questa decisione americana pesa ben oltre i confini nazionali, è essenziale per leggere le eco-politiche del prossimo futuro.
Il ritiro annunciato dagli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali risponde a una logica politica precisa, che combina fattori interni e strategici. Al centro c’è una visione più scettica del multilateralismo, considerato inefficiente, costoso e spesso in contrasto con le priorità economiche nazionali. In questa prospettiva, la cooperazione internazionale viene vista meno come uno strumento di stabilizzazione globale e più come un vincolo alla sovranità decisionale.
Applicata al clima, questa impostazione produce un effetto immediato: ridurre l’impegno finanziario e politico in sedi dove si definiscono obiettivi comuni, standard scientifici e meccanismi di responsabilità. Il punto non è solo “uscire” da alcune organizzazioni, ma sottrarsi a un sistema che impone obiettivi di lungo periodo, spesso percepiti come incompatibili con strategie industriali a breve termine.
Per comprendere la portata di questa scelta, è necessario chiarire il ruolo delle due principali architetture del sistema climatico internazionale. L’IPCC non fa politica climatica in senso stretto, ma produce valutazioni scientifiche sul cambiamento climatico, integrando migliaia di studi peer-reviewed. I suoi report costituiscono la base conoscitiva su cui governi e istituzioni costruiscono le politiche climatiche.
L’UNFCCC, invece, è la cornice politica e giuridica entro cui si muovono i negoziati internazionali sul clima. Da questa convenzione nascono strumenti come il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi, che fissano obiettivi, meccanismi di monitoraggio e impegni differenziati tra Paesi.
Il funzionamento di entrambi si basa su un equilibrio delicato: contributi finanziari, legittimazione politica e partecipazione attiva degli Stati membri. Quando una potenza come gli Stati Uniti riduce o interrompe il proprio coinvolgimento, l’intero sistema ne risente.
La prima conseguenza è di natura pratica. Meno fondi significano meno capacità operativa: meno ricerca, meno supporto tecnico ai Paesi più vulnerabili, meno continuità nei programmi di adattamento e mitigazione. Ma c’è anche un effetto più sottile, e forse più rilevante, sul piano politico.
La leadership climatica globale si fonda su un principio di emulazione. Quando uno dei principali emettitori storici di gas serra si sfila, il messaggio che passa è che l’impegno climatico è negoziabile, reversibile, subordinato alle contingenze politiche interne. Questo rischia di indebolire la credibilità dell’intero sistema multilaterale.
Inoltre, l’assenza americana apre spazi che altri attori possono occupare, ma non sempre con la stessa visione. L’Unione Europea tende a rafforzare il proprio ruolo normativo, mentre altre potenze emergenti privilegiano approcci più flessibili, meno vincolanti e spesso meno trasparenti.
Sul piano economico, il ritiro dagli organismi internazionali sul clima non elimina i costi della transizione ecologica, ma li redistribuisce. Le imprese americane potrebbero trovarsi in una posizione ambigua: da un lato meno vincoli interni, dall’altro maggiori difficoltà ad accedere a mercati che adott know standard ambientali sempre più stringenti.
Sul piano politico, la scelta statunitense contribuisce a un clima di frammentazione della governance globale, in cui le regole comuni lasciano spazio a blocchi regionali e accordi bilaterali. Questo scenario è meno efficiente nel gestire un problema sistemico come il cambiamento climatico, che per definizione non riconosce confini.
Non va poi sottovalutato l’impatto simbolico. Le organizzazioni internazionali sul clima funzionano anche come luoghi di costruzione del consenso e della narrazione pubblica. Indebolirle significa rendere più difficile la diffusione di una visione condivisa del problema climatico come questione collettiva e non come somma di interessi nazionali.
La notizia del ritiro americano ha trovato ampio spazio nei media internazionali, tra cui la BBC, che ha sottolineato come questa scelta rischi di rallentare ulteriormente gli sforzi globali di riduzione delle emissioni. La reazione dei governi è stata più cauta: dichiarazioni di preoccupazione, ma anche tentativi di rassicurare sulla tenuta del sistema multilaterale.
Molti osservatori fanno notare che IPCC e UNFCCC continueranno a esistere e operare, ma in un contesto più complesso, dove la cooperazione dovrà fare i conti con un mondo sempre più multipolare e meno coordinato. In questo senso, il ritiro degli Stati Uniti non segna la fine della governance climatica globale, ma ne accelera la trasformazione.
Il vero nodo, guardando al futuro, non è se il sistema internazionale sul clima sopravviverà, ma come. Senza una leadership condivisa, le eco-politiche rischiano di diventare più disomogenee, meno prevedibili e più esposte agli shock politici. Questo rende più difficile pianificare investimenti di lungo periodo, sia pubblici che privati, indispensabili per la transizione ecologica.
Allo stesso tempo, si apre uno spazio per nuove forme di cooperazione. Città, regioni, imprese e società civile stanno già giocando un ruolo crescente nel colmare i vuoti lasciati dagli Stati. Tuttavia, senza un quadro internazionale solido, queste iniziative rischiano di rimanere frammentate e insufficienti rispetto alla scala del problema.
Il ritiro degli Stati Uniti dalle organizzazioni internazionali sul clima rappresenta un passaggio critico per le eco-politicheglobali. Non è solo una scelta amministrativa, ma un segnale politico che mette alla prova la capacità del sistema internazionale di reggere alle spinte nazionaliste e alla logica del breve periodo.
In un mondo sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico, la domanda centrale resta aperta: è possibile affrontare una crisi globale senza strumenti realmente globali? La risposta, almeno per ora, dipenderà dalla capacità degli altri attori di rafforzare la cooperazione, colmare i vuoti di leadership e dimostrare che il multilateralismo, pur imperfetto, resta l’unica strada praticabile per governare una transizione che riguarda tutti.