Cosa succede quando la sostenibilità diventa economicamente scomoda

Cosimo Squillante
January 7, 2026
5 min read

Per anni la sostenibilità è stata raccontata come una traiettoria inevitabile. Un processo graduale, razionale, quasi automatico: più dati, più regole, più trasparenza, e il sistema economico avrebbe lentamente corretto se stesso. Oggi quella narrazione mostra crepe evidenti. Nel cuore dell’Unione Europea, proprio mentre gli effetti della crisi climatica diventano sempre più tangibili, molte delle politiche che avrebbero dovuto rendere la sostenibilità strutturale stanno rallentando, venendo rinviate o riscritte. Non per mancanza di consapevolezza ambientale, ma perché la sostenibilità, arrivata a questo punto, ha iniziato a presentare un conto politico ed economico difficile da gestire.

Negli ultimi mesi si parla sempre più apertamente di frenata europea sulla sostenibilità aziendale. Un’espressione che non indica un abbandono del Green Deal, ma qualcosa di più sottile e forse più significativo: un cambio di tono, di priorità, di ritmo. La sostenibilità resta negli obiettivi ufficiali, ma perde centralità quando entra in conflitto con competitività, consenso e stabilità industriale. Capire cosa sta accadendo significa osservare il momento in cui un progetto politico incontra i suoi limiti.

Dal Green Deal alla realtà economica

Il Green Deal europeo era nato come una cornice ambiziosa: trasformare l’economia dell’Unione rendendola climaticamente neutra, senza lasciare indietro nessuno. Dentro questa visione si sono inserite norme sempre più dettagliate sulla rendicontazione, sulla responsabilità delle imprese e sulla trasparenza delle filiere. Strumenti pensati per spostare la sostenibilità dal piano volontario a quello strutturale.

Con l’avvicinarsi della loro applicazione concreta, però, il quadro è cambiato. Molte aziende, soprattutto medio-grandi ma non multinazionali globali, hanno iniziato a segnalare difficoltà operative, costi di adeguamento elevati e incertezza normativa. A livello politico, queste preoccupazioni si sono trasformate rapidamente in un argomento centrale: la sostenibilità rischia di diventare un fattore di svantaggio competitivo in un contesto economico già fragile, segnato da inflazione, tensioni geopolitiche e rallentamento industriale.

Il risultato è una crescente pressione sulle istituzioni europee per “semplificare”, “razionalizzare”, “rinviare”. Parole che, tradotte nel linguaggio normativo, significano spesso ridurre l’ambizione iniziale.

Il nodo del reporting e della responsabilità d’impresa

Uno dei fronti più delicati riguarda le regole sulla sostenibilità aziendale. Le direttive europee pensate per rafforzare la rendicontazione ESG e la responsabilità lungo le catene di fornitura nascevano con un obiettivo chiaro: rendere visibile l’impatto reale delle imprese, anche quando questo avviene lontano dai confini europei.

Oggi, però, proprio queste norme sono oggetto di revisione e ripensamento. Non tanto perché considerate inutili, quanto perché percepite come troppo complesse e onerose in una fase di forte competizione globale. Il messaggio politico che emerge è ambiguo: la sostenibilità resta importante, ma non deve “soffocare” il tessuto produttivo.

Questo passaggio è cruciale, perché segna una trasformazione profonda del discorso pubblico. La sostenibilità non viene più presentata come un investimento sul futuro, ma come un costo da bilanciare con urgenze più immediate. È qui che il progetto europeo entra in una zona grigia, in cui gli obiettivi climatici si scontrano con le dinamiche del consenso politico.

Competitività contro sostenibilità: un falso dilemma?

Il tema della competitività è diventato l’argomento chiave di questa fase. Molti governi e rappresentanti industriali sostengono che regole troppo stringenti rischiano di penalizzare le imprese europee rispetto a concorrenti extra-UE meno vincolati. In parte è un problema reale, soprattutto in settori ad alta intensità energetica o con filiere globali complesse.

Ma il rischio è che questa contrapposizione diventi un alibi. Presentare sostenibilità e competitività come poli opposti semplifica una questione molto più articolata. La domanda non è se l’Europa possa permettersi la sostenibilità, ma quale modello economico voglia difendere nel medio periodo. Rinviare o indebolire le regole può offrire sollievo nel breve termine, ma rischia di rallentare quella trasformazione che avrebbe dovuto rendere l’industria europea più resiliente e innovativa.

La politica della sostenibilità “rinviata”

Un altro elemento centrale di questa frenata è il fattore temporale. Molte decisioni non vengono cancellate, ma spostate in avanti. Applicazioni graduali, periodi transitori più lunghi, revisioni future. È una strategia politicamente efficace: evita lo scontro diretto e mantiene formalmente intatti gli obiettivi. Ma produce un effetto collaterale importante, l’incertezza.

Per le imprese, non sapere quando e come una norma entrerà davvero in vigore rende difficile pianificare investimenti strutturali. Per i cittadini, la sostenibilità diventa un orizzonte sempre spostato più avanti, meno tangibile. In questo modo, la politica ambientale rischia di perdere credibilità proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di essere percepita come solida e coerente.

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Il caso Omnibus: quando il rinvio diventa una scelta politica

Il rinvio del cosiddetto pacchetto Omnibus è forse il segnale più chiaro di questa fase di rallentamento. Presentato come un intervento di semplificazione normativa, l’Omnibus avrebbe dovuto armonizzare e rendere più coerente l’applicazione delle regole sulla sostenibilità aziendale, in particolare quelle legate alla rendicontazione e alla due diligence. Il suo slittamento, però, non è stato percepito come un dettaglio tecnico, ma come una decisione profondamente politica.

Dietro la scelta di rimandare si è concentrata una parte significativa delle tensioni che attraversano oggi l’Unione Europea: la pressione delle imprese, le preoccupazioni dei governi nazionali, il timore di perdere terreno competitivo rispetto ad altri blocchi economici. L’Omnibus è diventato così un contenitore simbolico, più che normativo, in cui si riflette il nuovo equilibrio di forze a Bruxelles. Non un rifiuto esplicito della sostenibilità, ma la presa d’atto che l’ambizione climatica, quando entra nella fase applicativa, richiede decisioni meno consensuali di quanto fosse stato promesso.

Cosa dice questa frenata sul progetto europeo

La questione va oltre le singole norme. La frenata sulla sostenibilità aziendale racconta molto del momento politico che sta vivendo l’Unione Europea. Dopo anni di espansione normativa e di ambizione climatica, il progetto europeo si confronta con un contesto meno favorevole, in cui le promesse devono fare i conti con la realtà sociale ed economica.

In questo senso, la sostenibilità diventa una cartina di tornasole. Non tanto per misurare l’impegno ambientale, quanto per capire fino a che punto l’UE è disposta a sostenere politiche trasformative quando queste diventano impopolari o costose. È un passaggio che mette in discussione l’idea stessa di leadership climatica europea.

Non un passo indietro, ma una soglia critica

Parlare di “frenata” non significa necessariamente parlare di fallimento. Piuttosto, siamo di fronte a una soglia critica. La sostenibilità è entrata nella fase in cui non può più essere solo un obiettivo di lungo periodo o una bandiera politica. Deve tradursi in scelte redistributive, in regole che producono vincitori e vinti, in costi che qualcuno deve assumersi.

È in questa fase che emergono le resistenze più forti. Non perché la crisi climatica sia meno urgente, ma perché le sue soluzioni iniziano a incidere direttamente su modelli di business, assetti industriali e consenso elettorale. La politica europea, oggi, sembra oscillare tra la volontà di non arretrare e la paura di spingersi troppo avanti.

Una domanda aperta sul futuro della sostenibilità europea

La vera questione, forse, non è se l’Europa stia rallentando sulla sostenibilità, ma perché lo stia facendo proprio ora. La risposta non è tecnica, né ambientale. È profondamente politica. Riguarda il tipo di trasformazione che l’Unione è disposta a sostenere e il prezzo che è pronta a pagare per guidarla.

Nei prossimi mesi, questa tensione diventerà sempre più evidente. Ogni rinvio, ogni revisione, ogni compromesso racconterà qualcosa non solo sul futuro della sostenibilità, ma sul futuro del progetto europeo stesso. E sarà lì, in quelle scelte apparentemente tecniche, che si giocherà una delle partite politiche più importanti dei prossimi anni.

Commissione Europea – Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD)
https://finance.ec.europa.eu/capital-markets-union-and-financial-markets/company-reporting-and-auditing/company-reporting/corporate-sustainability-reporting_en

The EU Parliament Delays the Omnibus I Deal

https://www.the-esg-institute.org/blog/from-decree-to-emergency-plan-spain-bets-big-on-esg-zncjh?

Financial Times – Europe’s green rules face political backlash
https://www.ft.com/content/33ba41ba-4b57-4fb0-b16f-baa03358fc59

Climate Change News – EU backtracks on corporate sustainability rules
https://www.climatechangenews.com/2025/12/10/eu-weakening-of-corporate-sustainability-rules-jeopardises-climate-action-critics-say/

Fonte immagine di copertina: The ESG Institute

Cosimo Squillante
January 7, 2026
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