CBAM: a cosa serve il meccanismo europeo che tassa la CO₂ alle frontiere

Giulia Tripaldi
February 10, 2026
5 min read

Negli ultimi anni l’Unione europea ha costruito una delle politiche climatiche più ambiziose al mondo. Ma mentre alle imprese europee viene chiesto di ridurre le emissioni, pagare quote di CO₂ e investire in tecnologie pulite, le merci importate da Paesi con regole ambientali più deboli continuano a entrare nel mercato unico senza alcun “costo climatico”. È proprio in questo squilibrio che nasce il CBAM, uno degli strumenti più discussi e meno compresi della politica ambientale europea.

Il Carbon Border Adjustment Mechanism non è solo una misura tecnica né una semplice tassa. È una risposta politica a un problema concreto: come evitare che la transizione ecologica europea venga aggirata spostando la produzione altrove, con il paradosso di ridurre le emissioni “sulla carta” ma aumentare quelle globali. Capire il CBAM significa quindi capire come l’Europa sta cercando di difendere la propria strategia climatica in un’economia globale ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili.

A cosa serve il CBAM?

Il CBAM serve prima di tutto a contrastare il fenomeno del carbon leakage, ovvero la delocalizzazione delle produzioni più inquinanti verso Paesi dove non esistono vincoli ambientali stringenti o dove il costo della CO₂ è nullo o molto basso. In assenza di un correttivo, le imprese europee rischierebbero di essere penalizzate due volte: da un lato dai costi della transizione, dall’altro dalla concorrenza di prodotti importati più economici proprio perché realizzati senza regole ambientali.

Con il CBAM, l’Unione europea introduce un principio semplice ma politicamente potente: chi vuole vendere nel mercato europeo deve sostenere un costo della CO₂ comparabile a quello pagato dai produttori interni. In questo modo si tutela la competitività dell’industria europea, si evita di spostare le emissioni fuori dai confini dell’UE e si manda un segnale chiaro ai partner commerciali: la politica climatica non è un optional.

Il meccanismo ha anche una funzione strategica più ampia. Spingendo i Paesi esportatori ad adottare sistemi di carbon pricing, il CBAM punta indirettamente a diffondere standard ambientali più elevati a livello globale. Non è solo una misura difensiva, ma uno strumento di pressione economica e diplomatica.

Che cos’è la tassa CBAM e come funziona?

Spesso il CBAM viene definito come una “tassa”, ma in realtà il suo funzionamento è più sofisticato. Il meccanismo è direttamente collegato al sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l’EU ETS. In pratica, per alcune categorie di merci importate, l’importatore deve dichiarare quanta CO₂ è stata emessa durante la loro produzione e acquistare certificati CBAM equivalenti a quelle emissioni.

Il prezzo dei certificati CBAM non è arbitrario: è allineato al prezzo medio delle quote ETS pagate dalle imprese europee. Se nel Paese di origine è già stato pagato un prezzo per la CO₂, questo viene detratto, evitando una doppia imposizione. Il risultato è un meccanismo che non discrimina in base al Paese, ma in base al contenuto di carbonio dei prodotti.

Nella fase iniziale, il CBAM si applica solo a settori considerati ad alta intensità di emissioni e particolarmente esposti al rischio di carbon leakage. Tra questi rientrano cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti, energia elettrica e idrogeno. L’obiettivo è partire dai comparti più critici per poi valutare un’estensione progressiva ad altri settori.

Chi deve fare il CBAM?

Il soggetto direttamente responsabile del CBAM non è il produttore estero, ma l’importatore europeo. Chiunque introduca nel mercato dell’UE merci soggette al meccanismo deve registrarsi come dichiarante CBAM, raccogliere i dati sulle emissioni incorporate nei prodotti importati e adempiere agli obblighi di rendicontazione e, successivamente, di acquisto dei certificati.

Questo aspetto è cruciale perché sposta il peso amministrativo sulle imprese europee che importano, obbligandole a conoscere e monitorare le filiere produttive. Non basta più sapere da dove arriva un prodotto e quanto costa: diventa essenziale sapere come è stato prodotto, con quale mix energetico e con quali emissioni.

Per molte aziende, soprattutto PMI, il CBAM rappresenta una sfida organizzativa significativa. Richiede competenze nuove, dialogo con fornitori extra-UE e una gestione più strutturata dei dati ambientali. Allo stesso tempo, apre uno spazio competitivo per chi investe in filiere più trasparenti e a basse emissioni.

Quando entrerà in vigore il CBAM?

Il CBAM non entra in vigore tutto in una volta. L’Unione europea ha previsto una fase di transizione proprio per permettere alle imprese di adattarsi. Dal 1° ottobre 2023 è iniziato il periodo transitorio, durante il quale gli importatori sono tenuti solo a comunicare i dati sulle emissioni, senza alcun obbligo di pagamento.

La vera svolta arriverà dal 2026, quando scatterà l’obbligo di acquistare i certificati CBAM. In parallelo, verranno progressivamente eliminate le quote gratuite di CO₂ attualmente assegnate ad alcuni settori industriali europei nell’ambito dell’ETS. Questo passaggio è fondamentale: il CBAM non può coesistere con sussidi impliciti alle emissioni interne, altrimenti verrebbe meno la sua coerenza.

Il calendario graduale riflette la complessità politica ed economica della misura. Il CBAM è uno degli strumenti più contestati nei negoziati internazionali, soprattutto da parte dei Paesi emergenti, che temono un impatto negativo sulle proprie esportazioni. Per questo l’UE ha scelto una traiettoria prudente ma irreversibile.

Il CBAM è protezionismo o politica climatica?

Una delle critiche più frequenti al CBAM è quella di essere una forma mascherata di protezionismo verde. In realtà, il meccanismo è stato progettato proprio per essere compatibile con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Non discrimina in base all’origine geografica dei prodotti, ma in base alle emissioni effettivamente generate.

Il punto politico, però, resta aperto. Il CBAM segna un cambio di paradigma: per la prima volta l’Unione europea lega in modo esplicito l’accesso al proprio mercato al rispetto di standard climatici. È un messaggio forte, che rafforza il ruolo dell’UE come attore normativo globale, ma che espone anche a tensioni commerciali e diplomatiche.

Perché il CBAM conta davvero per il futuro della transizione

Il CBAM non è una misura isolata, ma un tassello chiave del più ampio pacchetto climatico europeo. Senza un correttivo alle frontiere, la decarbonizzazione rischierebbe di diventare politicamente insostenibile e ambientalmente inefficace. Con il CBAM, l’Europa prova a risolvere una contraddizione strutturale della globalizzazione: produrre in modo pulito in un mondo che non gioca ancora con le stesse regole.

Se funzionerà, il CBAM potrebbe diventare un modello replicato anche da altri grandi blocchi economici. Se fallirà, rischierà di alimentare nuove fratture commerciali senza ridurre davvero le emissioni globali. In entrambi i casi, non è un dettaglio tecnico: è una delle scelte più ambiziose e controverse dell’eco-politica europea contemporanea.

Giulia Tripaldi
February 10, 2026
5 min read