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C’è un momento, nella storia di alcune aziende, in cui il racconto smette di essere marketing e diventa una presa di posizione. Non uno slogan, non una campagna ben riuscita, ma una scelta che cambia davvero le regole del gioco. È quello che è successo quando Patagonia, uno dei marchi outdoor più riconoscibili al mondo, ha annunciato che il suo unico azionista sarebbe diventato il pianeta.
Dietro questa decisione non c’è una fondazione creata a posteriori né una strategia di reputazione, ma la visione coerente di Yvon Chouinard, fondatore di Patagonia, che ha scelto di rinunciare alla proprietà dell’azienda per destinare tutti i profitti non reinvestiti alla tutela dell’ambiente.
In un’epoca in cui la sostenibilità è spesso ridotta a una parola chiave, questa storia parla di responsabilità, limiti e coerenza. Ed è per questo che riguarda da vicino anche la sostenibilità quotidiana, quella che non passa solo dalle grandi politiche, ma dalle scelte strutturali che influenzano il modo in cui producizziamo, consumiamo e immaginiamo il futuro.
Yvon Chouinard non è il classico imprenditore della Silicon Valley. Scalatore, artigiano, amante degli spazi selvaggi, ha costruito Patagonia partendo da un’esigenza concreta: realizzare attrezzatura da montagna resistente, funzionale e meno dannosa possibile per l’ambiente che lui stesso frequentava.
Fin dall’inizio, la sua idea di impresa è stata diversa. Non crescere a ogni costo, ma crescere con un senso. Non vendere di più, ma vendere meglio. Non limitarsi a ridurre i danni, ma interrogarsi sul perché si produce.
Questa visione ha reso Patagonia un caso unico nel panorama globale: un’azienda che, pur operando in un mercato competitivo, ha scelto di mettere la tutela dell’ambiente al centro del proprio modello di business, anche quando questo significava andare controcorrente.
Nel 2022 Patagonia ha annunciato una decisione senza precedenti: la proprietà dell’azienda è stata trasferita a una struttura composta da due entità.
Da una parte il Patagonia Purpose Trust, che detiene il controllo decisionale per garantire che l’azienda resti fedele ai propri valori. Dall’altra l’Holdfast Collective, un’organizzazione non-profit che riceve tutti i profitti non reinvestiti e li utilizza per finanziare azioni concrete contro la crisi climatica e ambientale.
In pratica, Patagonia continua a operare come azienda, a produrre, vendere, pagare stipendi e investire in innovazione. Ma gli utili non vanno più a una famiglia, a investitori o a fondi, bensì vengono reinstradati verso la protezione della Terra.
Non è una donazione una tantum. È un cambiamento strutturale e permanente.
Molte aziende destinano una parte dei profitti a cause ambientali. Patagonia ha fatto qualcosa di diverso: ha eliminato l’idea stessa di profitto privato come fine ultimo.
Questo passaggio segna una differenza profonda tra responsabilità sociale d’impresa e ridefinizione del capitalismo. Nel primo caso l’azienda resta al centro e “restituisce” qualcosa. Nel secondo, come nel caso Patagonia, l’azienda diventa uno strumento.
È qui che il gesto di Chouinard assume un valore sistemico. Non si tratta di essere “buoni”, ma di riconoscere che un’impresa può esistere per servire qualcosa di più grande di sé, senza per questo rinunciare all’efficienza o alla qualità.
Questa decisione non nasce dal nulla. Patagonia ha costruito la propria credibilità in decenni di scelte coerenti. Dall’utilizzo di materiali riciclati, alla trasparenza sulla filiera, fino alla celebre campagna “Don’t Buy This Jacket”, che invitava i clienti a consumare meno.
Il programma Worn Wear, che promuove la riparazione e il riutilizzo dei capi, è forse l’esempio più chiaro di un’idea controintuitiva: allungare la vita dei prodotti invece di accelerarne la sostituzione. In un settore fondato sull’obsolescenza, Patagonia ha scelto la durata.
Queste pratiche mostrano che la sostenibilità quotidiana non è solo una questione di comportamenti individuali, ma di strutture economiche che rendono alcune scelte più facili di altre.
La decisione di Patagonia non è facilmente replicabile, ma è profondamente imitabile sul piano culturale. Non tutte le aziende possono rinunciare alla proprietà, ma tutte possono interrogarsi su chi beneficia davvero del valore che producono.
Il messaggio è chiaro: il problema non è guadagnare, ma perché e per chi si guadagna. In un contesto di crisi climatica, continuare a trattare l’ambiente come una variabile esterna non è più sostenibile, né economicamente né socialmente.
Patagonia dimostra che un altro modo di fare impresa è possibile, senza attendere leggi miracolose o cambiamenti dall’alto. È una responsabilità che parte da chi ha potere decisionale.
La scelta di Chouinard parla anche a chi non guida un’azienda globale. Perché mette al centro una domanda semplice e scomoda: quanto siamo disposti a rinunciare per ciò che riteniamo davvero importante?
Nella sostenibilità quotidiana, questo si traduce in scelte meno eroiche ma altrettanto significative: acquistare meno, riparare di più, sostenere aziende coerenti, chiedere trasparenza, diffidare delle soluzioni facili. Patagonia non chiede ai consumatori di essere perfetti, ma di essere consapevoli.
Ed è forse questo il lascito più potente: ricordarci che la sostenibilità non è un gesto isolato, ma una direzione.
Trasferire un’azienda alla Terra significa accettare che il futuro conta più del controllo. Significa ammettere che la crescita infinita non è compatibile con un pianeta finito.
In questo senso, Patagonia non ha “donato” se stessa: ha ridefinito il proprio ruolo nel mondo.
In un sistema economico che spesso premia il breve termine, questa scelta introduce un’idea radicale: misurare il successo non solo in fatturato, ma in impatto reale. E farlo non a parole, ma nei documenti legali, nelle strutture di governance, nelle regole del gioco.
La storia di Patagonia e di Yvon Chouinard non è un modello universale, ma un punto di riferimento. Dimostra che la sostenibilità può essere strutturale, non accessoria. Che può diventare una scelta irreversibile, non una campagna stagionale.
Forse non tutte le aziende diventeranno proprietà del pianeta. Ma ogni azienda, ogni progetto e ogni persona può decidere da che parte stare. Ed è in questo spazio, tra economia e responsabilità, che la sostenibilità quotidiana smette di essere un concetto astratto e diventa una pratica concreta.





