Kioene e il Veganuary: come un’ex macelleria è diventata un simbolo del cambiamento alimentare

Giulia Tripaldi
January 22, 2026
5 min read

Negli ultimi anni il dibattito sulla sostenibilità alimentare si è spostato sempre più dal piano teorico a quello delle scelte quotidiane. Cosa mangiamo, da dove arriva, che impatto ha sull’ambiente e sul sistema produttivo. In questo contesto, alcune aziende raccontano molto più di un semplice cambiamento di mercato: raccontano un cambiamento culturale. La storia di Kioene è una di queste.

Oggi Kioene è conosciuta come uno dei principali marchi italiani di proteine vegetali, spesso associata a iniziative come il Veganuary. Ma pochi sanno che le sue origini affondano in un mondo completamente diverso, quello della lavorazione della carne. Capire come e perché questa trasformazione sia avvenuta aiuta a leggere meglio il presente del cibo e le sue possibili traiettorie future.

Chi è Kioene e perché se ne parla sempre di più?

Kioene è oggi un’azienda specializzata nella produzione di alimenti a base vegetale, in particolare tofu, burger plant-based, affettati vegetali e piatti pronti senza ingredienti di origine animale. È un nome sempre più presente sugli scaffali della grande distribuzione e nelle conversazioni legate all’alimentazione sostenibile.

Il motivo per cui se ne parla così tanto non è solo legato al trend del plant-based, ma al fatto che Kioene rappresenta un caso concreto di riconversione industriale. Non si tratta di una startup nata “già verde”, ma di un’azienda che ha cambiato pelle nel tempo, intercettando segnali deboli del mercato prima che diventassero evidenti.

Kioene era davvero una macelleria?

Sì, ed è questo uno degli aspetti più interessanti della sua storia. Kioene nasce come realtà legata alla lavorazione della carne, in un contesto storico in cui il consumo di prodotti animali era dato per scontato, sia culturalmente sia economicamente. Per anni quel modello ha funzionato, come ha funzionato per gran parte dell’industria alimentare italiana del Novecento.

Il punto di svolta arriva quando iniziano a emergere, in modo sempre più chiaro, tre fattori intrecciati tra loro. Da un lato le evidenze scientifiche sull’impatto ambientale degli allevamenti intensivi. Dall’altro un cambiamento nelle abitudini dei consumatori, più attenti a salute, etica e ambiente. Infine una pressione normativa e reputazionale crescente sull’intero comparto agroalimentare.

La scelta di abbandonare progressivamente la carne non è stata immediata né semplice, ma ha segnato una discontinuità netta. Kioene ha iniziato a investire sulle proteine vegetali quando il mercato italiano era ancora marginale, assumendosi un rischio industriale che oggi appare lungimirante.

Perché il passaggio al plant-based è stato strategico?

Il passaggio al plant-based non è stato solo una risposta a una moda. È stato un riposizionamento strategico basato su una lettura di lungo periodo. La produzione di proteine vegetali richiede, in media, meno risorse naturali rispetto alla carne, genera minori emissioni e si inserisce meglio in un modello alimentare compatibile con gli obiettivi climatici.

Dal punto di vista industriale, questo ha significato investire in nuovi processi produttivi, in ricerca sugli ingredienti, in una comunicazione diversa. Kioene non ha semplicemente sostituito un prodotto con un altro, ma ha ripensato il proprio ruolo nella filiera alimentare.

Questa scelta ha permesso all’azienda di intercettare consumatori molto diversi tra loro: vegetariani, vegani, flexitariani e persone semplicemente curiose di ridurre il consumo di carne senza rinunciare a praticità e gusto.

Che cos’è il Veganuary e perché Kioene lo sostiene?

Veganuary è una campagna internazionale che invita le persone a provare un’alimentazione vegana per tutto il mese di gennaio. Non nasce come imposizione ideologica, ma come esperimento temporaneo e accessibile, pensato per abbassare le barriere all’ingresso di un cambiamento alimentare.

Il legame tra Kioene e il Veganuary è coerente con la sua identità attuale. Partecipare e promuovere questa iniziativa significa inserirsi in un discorso più ampio sulla transizione alimentare, offrendo strumenti concreti a chi vuole sperimentare. Non si tratta solo di marketing, ma di posizionamento culturale.

Nel raccontare il Veganuary, Kioene insiste su un punto chiave: non è necessario essere “perfetti” o cambiare tutto per fare la differenza. Anche una riduzione parziale del consumo di carne può avere effetti positivi sull’ambiente e sulla salute.

Il Veganuary è davvero utile per la sostenibilità quotidiana?

Dal punto di vista della sostenibilità quotidiana, il Veganuary funziona perché trasforma un tema complesso in un’azione temporanea e misurabile. Un mese ha un inizio e una fine, non spaventa, non richiede etichette identitarie permanenti.

Per molte persone rappresenta il primo contatto consapevole con alternative vegetali. Anche se al termine di gennaio non si continua con una dieta completamente vegana, spesso restano nuove abitudini, nuove ricette, una maggiore attenzione agli ingredienti.

In questo senso, iniziative come il Veganuary agiscono come leve culturali. Non cambiano tutto da sole, ma spostano il baricentro del discorso pubblico sul cibo.

Qual è l’impatto ambientale delle proteine vegetali rispetto alla carne?

Uno dei motivi per cui aziende come Kioene vengono spesso citate nei discorsi sulla sostenibilità riguarda il diverso impatto ambientale delle proteine vegetali. A parità di apporto proteico, la produzione vegetale richiede generalmente meno suolo, meno acqua e genera meno emissioni di gas serra rispetto alla carne, soprattutto quella bovina.

Questo non significa che tutti i prodotti plant-based siano automaticamente sostenibili. Contano le filiere, gli ingredienti, i processi. Ma nel confronto sistemico, il passaggio verso un’alimentazione più vegetale è considerato uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’impronta ambientale del sistema alimentare globale.

Kioene è un esempio replicabile?

La storia di Kioene mostra che la transizione alimentare non riguarda solo i consumatori, ma anche le imprese. Cambiare modello produttivo è possibile, ma richiede visione, investimenti e la capacità di anticipare i cambiamenti sociali.

Non tutte le aziende possono seguire lo stesso percorso, ma il caso Kioene dimostra che la sostenibilità non è per forza una rottura traumatica con il passato. Può essere un’evoluzione, se letta per tempo.

Perché la storia di Kioene parla a tutti noi?

La forza di questa storia sta nel suo essere profondamente quotidiana. Non racconta un’utopia, ma un cambiamento concreto che passa dagli scaffali del supermercato e dalle scelte che facciamo ogni giorno.

Kioene mostra che la sostenibilità alimentare non è fatta solo di grandi decisioni politiche o di sacrifici individuali, ma anche di percorsi industriali che si adattano a una società che cambia. Ed è proprio in questo spazio, tra produzione e consumo, che si gioca una parte importante della transizione ecologica.

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Giulia Tripaldi
January 22, 2026
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