
Negli ultimi anni la cattura del carbonio è diventata una delle parole chiave più ricorrenti nel dibattito sulla crisi climatica. Governi, aziende energetiche e grandi gruppi industriali la presentano spesso come una soluzione tecnologica capace di ridurre drasticamente le emissioni senza stravolgere il modello economico attuale. L’idea è affascinante: continuare a produrre energia, cemento, acciaio e carburanti fossili, ma “ripulendo” l’anidride carbonica prima che finisca in atmosfera.
La realtà scientifica, però, è più complessa. La cattura del carbonio non è una bacchetta magica, non può sostituire la riduzione delle emissioni e, se usata in modo improprio, rischia di diventare un green alibi. Allo stesso tempo, eliminarla dal dibattito sarebbe un errore: in alcuni settori resta una tecnologia necessaria. Capire perché è il primo passo per usarla bene.
Con l’espressione cattura del carbonio si indica un insieme di tecnologie pensate per intercettare la CO₂ prima o dopo che venga rilasciata in atmosfera. Il principio è semplice: separare l’anidride carbonica dagli altri gas, concentrarla e impedirle di contribuire all’effetto serra.
L’attenzione su queste soluzioni è cresciuta perché alcuni settori industriali, come la produzione di cemento o acciaio, emettono CO₂ non solo per l’uso di combustibili fossili, ma per reazioni chimiche intrinseche al processo produttivo. In questi casi, anche con energia rinnovabile, le emissioni non possono essere azzerate facilmente. La cattura del carbonio nasce proprio per colmare questo vuoto.
La CCS (Carbon Capture and Storage) intercetta la CO₂ direttamente negli impianti industriali o nelle centrali elettriche. Dopo la separazione, il gas viene compresso, trasportato e stoccato in formazioni geologiche profonde, come giacimenti esauriti di petrolio e gas o acquiferi salini.
Dal punto di vista scientifico, la tecnologia è conosciuta da decenni e in alcuni casi funziona. Il problema non è il principio, ma la scala. I sistemi CCS richiedono grandi quantità di energia, infrastrutture costose e siti di stoccaggio sicuri per periodi che devono essere misurati in secoli.
Inoltre, catturare il carbonio non elimina la dipendenza dai combustibili fossili. Se una centrale a gas continua a funzionare grazie alla CCS, il sistema energetico resta ancorato a una fonte che dovrà comunque essere superata. La tecnologia riduce l’impatto, ma non cambia il modello.
Diversa è la DAC (Direct Air Capture), che cattura la CO₂ direttamente dall’aria ambiente. Qui la sfida è ancora più grande: l’anidride carbonica è presente in atmosfera in concentrazioni molto basse, poco più di 420 parti per milione. Estrarla richiede materiali avanzati, grandi superfici e molta energia.
La DAC è spesso presentata come una soluzione elegante perché teoricamente permette di rimuovere emissioni già rilasciate, affrontando il problema del carbonio storico accumulato. Tuttavia, allo stato attuale, è estremamente costosa e il bilancio energetico resta critico. Se l’energia utilizzata non è rinnovabile, il rischio è di emettere quasi tanta CO₂ quanta se ne cattura.
Dal punto di vista scientifico, la DAC è promettente, ma oggi può essere considerata solo come complementare, non come pilastro della transizione.
Il punto centrale è quantitativo. Le emissioni globali di CO₂ superano i 35 miliardi di tonnellate l’anno. I progetti di carbon capture attivi oggi ne intercettano solo una frazione minima. Anche ipotizzando una crescita rapida, nessuna proiezione realistica mostra la cattura del carbonio in grado di compensare emissioni elevate senza una drastica riduzione a monte.
C’è poi un problema sistemico: affidarsi troppo alla cattura del carbonio rischia di rimandare decisioni difficili, come l’uscita dai combustibili fossili o la riconversione industriale. La scienza climatica è chiara: ogni tonnellata di CO₂ evitata oggi è più preziosa di una tonnellata catturata domani.
Nonostante i limiti, la cattura del carbonio ha un ruolo importante nei cosiddetti settori “hard to abate”. La produzione di cemento, ad esempio, genera CO₂ durante la trasformazione del calcare in clinker, indipendentemente dalla fonte energetica. In questi casi, non esiste ancora un’alternativa tecnologica matura capace di azzerare le emissioni.
Qui la CCS può diventare uno strumento di transizione, utile a ridurre l’impatto mentre si sviluppano materiali alternativi o nuovi processi industriali. La differenza sta nell’obiettivo: usarla per ridurre ciò che non può essere eliminato, non per giustificare il mantenimento dello status quo.
Il rischio del green alibi emerge quando la cattura del carbonio viene comunicata come soluzione definitiva, anziché come misura parziale. Alcune strategie aziendali puntano a compensare emissioni future promettendo tecnologie che oggi non esistono su larga scala.
Dal punto di vista scientifico, questo approccio è problematico. Le rimozioni di CO₂ sono incerte, lente e dipendono da fattori tecnologici, economici e politici. Affidare gli obiettivi climatici a promesse future significa spostare il rischio sulle generazioni successive.
Inserita correttamente, la cattura del carbonio può contribuire a una strategia climatica più ampia. Può aiutare a ridurre le emissioni residue, sostenere settori industriali difficili da decarbonizzare e, in prospettiva, affrontare una parte del carbonio già presente in atmosfera.
Ma la gerarchia è fondamentale. Prima viene la riduzione delle emissioni, poi l’efficienza energetica, la sostituzione delle fonti fossili e il cambiamento dei modelli di consumo. Solo dopo entra in gioco la cattura del carbonio, come strumento di supporto, non come scorciatoia.
La discussione sulla cattura del carbonio non è solo tecnica, ma profondamente politica. Decidere dove investire risorse significa scegliere quale futuro costruire. La scienza mostra che puntare tutto su una singola tecnologia è un errore, soprattutto quando il problema è sistemico come il cambiamento climatico.
Capire perché la cattura del carbonio non basta, ma resta necessaria, aiuta a evitare illusioni pericolose e a costruire una transizione ecologica più solida, credibile e basata sui dati. Non serve una soluzione perfetta, ma una combinazione intelligente di strumenti, guidata dalla scienza e non dal marketing.