
Bangkok è una città costruita sull’acqua. Il fiume Chao Phraya, i canali storici, le piogge monsoniche e un territorio naturalmente basso hanno sempre definito il suo rapporto con l’ambiente. Negli ultimi decenni, però, questo equilibrio si è spezzato. L’espansione urbana, la cementificazione e l’abbassamento del suolo hanno reso le alluvioni urbane sempre più frequenti e distruttive. In questo contesto fragile, una ex fabbrica di tabacco abbandonata è diventata il laboratorio di una risposta radicalmente diversa: non argini più alti o pompe più potenti, ma natura progettata per lavorare come infrastruttura.
Il risultato è il Benjakitti Forest Park, un grande parco pubblico capace di assorbire, rallentare e gestire l’acqua piovana nel cuore della capitale thailandese. Non è solo uno spazio verde, ma un sistema ecologico complesso che dimostra come la rigenerazione urbana possa trasformarsi in una strategia concreta di adattamento climatico.
La vulnerabilità di Bangkok non dipende solo dal clima. La città riceve in media oltre 1.400 millimetri di pioggia all’anno, concentrati in pochi mesi, ma il vero problema è la combinazione tra urbanizzazione e geografia. Gran parte dell’area metropolitana si trova a pochi metri sul livello del mare e il terreno si è progressivamente abbassato a causa del prelievo intensivo di acqua dalle falde. A questo si aggiunge una superficie urbana sempre più impermeabile, fatta di asfalto e cemento che respingono l’acqua invece di assorbirla.
Quando le piogge arrivano, l’acqua non ha tempo né spazio per infiltrarsi. I sistemi di drenaggio tradizionali vengono rapidamente sovraccaricati e le strade si trasformano in canali improvvisati. È in questo scenario che diventa evidente un limite strutturale dell’ingegneria urbana del Novecento: pensare all’acqua come a un nemico da allontanare il più in fretta possibile.
Il Benjakitti Forest Park nasce dalla trasformazione di un’ex area industriale di oltre 40 ettari, per anni occupata da una fabbrica di tabacco ormai dismessa. Un luogo chiuso, impermeabile e scollegato dal tessuto urbano viene ripensato come paesaggio vivo, aperto e multifunzionale. Il progetto è firmato dallo studio Turenscape, noto a livello internazionale per l’approccio che unisce ecologia, ingegneria e design del paesaggio.
L’idea di fondo è semplice solo in apparenza: restituire spazio all’acqua invece di combatterla. Il parco non cerca di impedire gli allagamenti, ma li accoglie e li governa, trasformando l’eccesso di pioggia in una risorsa temporanea per l’ecosistema urbano.
Il funzionamento del Benjakitti Forest Park si basa sul concetto di città spugna, un modello urbano che utilizza suolo, vegetazione e morfologia per assorbire e trattenere l’acqua piovana. Al posto di superfici rigide, il parco è strutturato come una sequenza continua di zone umide, laghi poco profondi, prati allagabili e terreni modellati.
Durante le piogge intense, l’acqua viene convogliata lentamente verso queste aree depresse, dove può accumularsi senza creare danni. La vegetazione palustre e i suoli permeabili rallentano il flusso, favoriscono l’infiltrazione e avviano un processo naturale di filtrazione. Quando l’evento piovoso termina, l’acqua viene rilasciata gradualmente o evapora, riducendo la pressione sui sistemi fognari cittadini.
Questo meccanismo permette al parco di gestire milioni di litri d’acqua in modo passivo, senza consumo energetico e senza infrastrutture rigide. È una tecnologia ecologica che lavora in silenzio, integrata nel paesaggio.

La scelta di intervenire su una ex fabbrica di tabacco non è casuale. Le aree industriali dismesse rappresentano una delle eredità più problematiche dello sviluppo urbano recente: grandi superfici impermeabili, spesso in posizioni strategiche, che amplificano i rischi ambientali. Trasformarle in infrastrutture verdi significa ribaltare il loro ruolo all’interno della città.
Nel caso di Bangkok, il sito industriale è diventato una sorta di cuscinetto ecologico tra quartieri densamente abitati. Il parco non solo riduce il rischio di allagamenti, ma migliora il microclima, abbassa le temperature locali e crea corridoi ecologici per la biodiversità. Uccelli, insetti e piante acquatiche trovano nuovi habitat in un contesto che prima era completamente ostile alla vita.
Il valore del Benjakitti Forest Park non si misura solo in termini idraulici. Lo spazio è diventato un luogo di uso quotidiano, attraversato da percorsi pedonali e ciclabili, frequentato per attività sportive, ricreative e sociali. In una metropoli spesso congestionata, offre un raro contatto diretto con un paesaggio che cambia con le stagioni e con le piogge.
Dal punto di vista ambientale, il parco contribuisce a migliorare la qualità dell’aria, a ridurre l’effetto isola di calore e a rafforzare la resilienza urbana. Dal punto di vista culturale, introduce una nuova idea di spazio pubblico: non un giardino ornamentale, ma un sistema che svolge una funzione vitale per la città.
La forza di questo progetto sta nella sua replicabilità concettuale. Non tutte le città hanno lo stesso clima o le stesse dimensioni, ma molte condividono problemi simili: superfici impermeabili, aree industriali abbandonate, eventi meteorologici estremi sempre più frequenti. Il Benjakitti Forest Park dimostra che l’adattamento climatico può essere integrato nella vita urbana senza sacrificare qualità estetica e accessibilità.
Non si tratta di copiare un parco, ma di adottare un approccio. Pensare alla natura come infrastruttura significa riconoscere che suolo, acqua e vegetazione possono svolgere funzioni che oggi affidiamo esclusivamente a opere tecniche costose e spesso rigide.
Il messaggio che arriva da Bangkok è chiaro. In un’epoca di crisi climatica, la resilienza delle città non dipende solo da nuove tecnologie, ma dalla capacità di ripensare il rapporto tra ambiente costruito e processi naturali. Il Benjakitti Forest Park non elimina il rischio di alluvioni, ma lo rende gestibile, trasformando una minaccia in un elemento integrato del paesaggio urbano.
È una lezione che va oltre i confini della Thailandia. Le città del futuro non saranno quelle che respingono l’acqua con più forza, ma quelle che sapranno conviverci in modo intelligente, lasciando spazio alla natura perché faccia ciò che ha sempre fatto: regolare, assorbire, proteggere.