
Per anni gli oceani sono stati considerati una risorsa condivisa, ma senza una vera governance globale. Le acque oltre i confini nazionali, quelle che coprono quasi la metà del pianeta, sono rimaste uno spazio difficile da regolare, dove interessi economici, ricerca scientifica e tutela ambientale si sono intrecciati senza un equilibrio chiaro.
Questo scenario ha iniziato a cambiare nel marzo 2023, quando alle Nazioni Unite è stato raggiunto uno storico accordo sulla protezione della biodiversità marina nelle acque internazionali. Dopo quasi vent’anni di negoziati, il cosiddetto trattato sull’alto mare ha finalmente preso forma.
Il passaggio successivo è arrivato nel giugno 2024, quando il Consiglio dell’Unione Europea ha dato il via libera alla conclusione dell’accordo. Questo ha aperto ufficialmente la fase di ratifica, trasformando il trattato da intesa politica a strumento concreto pronto a essere applicato.
Nel corso del 2025, il numero di Paesi aderenti è cresciuto progressivamente, avvicinando il trattato alla sua entrata in vigore. Non si tratta più di una prospettiva lontana, ma di un processo già in corso.
Il trattato sull’alto mare nasce per colmare un vuoto normativo che esisteva da decenni. Finora, le acque internazionali erano regolate principalmente dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ma mancavano strumenti efficaci per proteggere la biodiversità marina.
Questo accordo introduce per la prima volta un sistema operativo su scala globale. Non si limita a fissare principi, ma definisce meccanismi concreti per intervenire.
Uno degli elementi più rilevanti è la possibilità di istituire aree marine protette internazionali anche in zone lontane da qualsiasi Stato. Questo significa poter limitare attività come la pesca intensiva o lo sfruttamento delle risorse in spazi che fino a oggi erano sostanzialmente privi di regolazione.
Accanto a questo, il trattato introduce l’obbligo di valutazioni di impatto ambientale per le attività che potrebbero avere effetti significativi sugli ecosistemi. È un passaggio importante perché sposta l’attenzione dalla gestione delle conseguenze alla prevenzione dei danni.
Un altro nodo centrale riguarda le risorse genetiche marine, cioè il patrimonio biologico degli oceani utilizzato anche per scopi scientifici e industriali. Il trattato prevede che i benefici derivanti dal loro utilizzo siano condivisi in modo più equo tra i Paesi.
Definire il trattato sull’alto mare come storico non è una semplificazione. Il motivo è legato alla scala del problema che affronta.
Le acque internazionali rappresentano oltre il 60% degli oceani e circa il 50% della superficie terrestre. Eppure, fino al 2023, meno dell’1% di queste aree era effettivamente protetto.
Questo significa che una parte enorme del pianeta è stata esposta per decenni a pressioni crescenti, dalla pesca industriale allo sfruttamento delle risorse, fino agli effetti del cambiamento climatico.
Con l’accordo raggiunto nel 2023 si è aperta per la prima volta la possibilità concreta di costruire una rete globale di aree protette oceaniche, contribuendo anche all’obiettivo internazionale del 30% di oceani protetti entro il 2030.
C’è poi un altro elemento che rende questo trattato particolarmente significativo. In un contesto geopolitico complesso, riuscire a trovare un’intesa su un tema così delicato dimostra che esiste ancora uno spazio reale per la cooperazione globale quando si tratta di ambiente.
La vera sfida del trattato sull’alto mare non è stata solo raggiungere un accordo, ma sarà renderlo efficace.
Il sistema previsto si basa su decisioni collettive tra gli Stati aderenti. Le aree da proteggere verranno individuate sulla base di criteri scientifici, con l’obiettivo di salvaguardare ecosistemi vulnerabili o particolarmente importanti per la biodiversità marina.
Una volta istituite, queste aree potranno essere soggette a restrizioni specifiche. Non si tratta necessariamente di divieti assoluti, ma di regolazioni che limitano le attività più impattanti.
Le valutazioni di impatto ambientale diventeranno uno strumento centrale. Questo introduce una logica diversa rispetto al passato, in cui spesso si interveniva solo dopo aver osservato i danni.
Se il processo di ratifica continuerà con questo ritmo, l’entrata in vigore operativa del trattato è attesa lungo il 2026. Sarà in quel momento che si inizieranno a vedere gli effetti concreti.
Gli oceani svolgono un ruolo fondamentale nell’equilibrio del pianeta. Assorbono circa il 25% delle emissioni di anidride carbonica e contribuiscono in modo significativo alla regolazione del clima globale.
Proteggere gli oceani significa quindi intervenire anche sul cambiamento climatico.
Il trattato sull’alto mare può rafforzare questa funzione. Ecosistemi marini sani hanno una maggiore capacità di assorbire carbonio e di resistere agli stress ambientali.
Allo stesso tempo, la tutela della biodiversità marina è essenziale per garantire la stabilità degli ecosistemi. La perdita di specie non è solo un problema ambientale, ma ha conseguenze economiche e sociali, influenzando la pesca, il turismo e molte attività produttive.
In questo senso, il trattato segna un passaggio importante: sposta l’attenzione dalla semplice gestione delle risorse alla loro conservazione nel lungo periodo.
Nonostante la sua importanza, il trattato sull’alto mare non rappresenta una soluzione definitiva.
Il primo nodo riguarda la ratifica. Per entrare pienamente in vigore, il trattato deve essere adottato da un numero sufficiente di Paesi. Senza una partecipazione ampia, il sistema rischia di rimanere incompleto.
Il secondo riguarda l’applicazione concreta. Stabilire aree protette è un passo importante, ma far rispettare le regole in spazi così vasti e lontani dalle coste richiede strumenti tecnologici avanzati e una forte cooperazione internazionale.
C’è poi la questione degli interessi economici. Attività come la pesca industriale e lo sfruttamento delle risorse marine rappresentano settori strategici per molti Stati. Trovare un equilibrio tra sviluppo e tutela sarà una delle sfide più complesse.
Infine, resta il tema della distribuzione dei benefici. Il trattato introduce principi di condivisione, ma sarà fondamentale capire come verranno applicati nella pratica.
Dopo il via libera del Consiglio dell’Unione Europea nel giugno 2024 e il progressivo aumento delle ratifiche nel 2025, il trattato è entrato nella sua fase più delicata.
Il punto non è più raggiungere un accordo, ma trasformarlo in azioni concrete. Nei prossimi anni si capirà se questo strumento riuscirà davvero a tradursi in aree marine protette, controlli efficaci e limiti reali allo sfruttamento degli oceani.
Per la prima volta, le acque internazionali non sono più uno spazio completamente privo di regole. Sono diventate un terreno di governance globale, in cui si gioca una parte sempre più importante del rapporto tra economia, ambiente e futuro climatico.