CBAM dal 2026: come il Carbon Border Adjustment Mechanism cambierà il commercio internazionale

Giulia Tripaldi
December 30, 2025
5 min read

Dal gennaio 2026 il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) entrerà nella sua fase operativa, segnando uno dei passaggi più rilevanti degli ultimi anni nelle eco-politiche europee. Non si tratta di un semplice aggiornamento normativo, ma di un cambio di prospettiva che lega in modo diretto commercio internazionale, politiche climatiche e responsabilità delle imprese.

Dopo una fase transitoria iniziata nel 2023, basata esclusivamente sulla raccolta e comunicazione dei dati, il CBAM inizierà a produrre effetti economici concreti. Le aziende che importano determinati beni nell’Unione Europea dovranno acquistare certificati legati alle emissioni di CO₂ incorporate nelle merci. Un meccanismo che promette di ridisegnare le catene globali del valore.

Che cos’è il Carbon Border Adjustment Mechanism?

Il CBAM è uno strumento introdotto dall’Unione Europea per applicare un prezzo alle emissioni di carbonio associate ai beni importati da Paesi extra-UE. L’obiettivo è allineare il costo climatico dei prodotti esteri a quello sostenuto dalle imprese europee soggette al sistema ETS, evitando distorsioni concorrenziali.

In questa prima fase di applicazione, il meccanismo riguarda settori ad alta intensità emissiva come acciaio, cemento, fertilizzanti, alluminio, elettricità e idrogeno. Per ciascuna di queste categorie, le emissioni incorporate nel processo produttivo diventano un parametro economico, non più solo ambientale.

Il principio alla base è chiaro: se un prodotto entra nel mercato europeo, deve riflettere lo stesso costo del carbonio, indipendentemente da dove sia stato realizzato.

Perché l’Unione Europea ha introdotto il CBAM?

Il CBAM nasce per contrastare il fenomeno del carbon leakage, ovvero la delocalizzazione delle produzioni più inquinanti verso Paesi con normative ambientali meno stringenti. Senza strumenti correttivi, il rischio è duplice: penalizzare le imprese europee e spostare le emissioni, anziché ridurle.

Ma la portata della misura va oltre la protezione industriale. Con il CBAM, l’Unione Europea introduce un nuovo standard implicito nel commercio globale: la trasparenza climatica delle filiere. Le emissioni non sono più un fattore esterno, ma una variabile integrata nel prezzo finale delle merci.

In questo senso, il CBAM rappresenta una delle espressioni più concrete dell’idea di eco-politica, dove le scelte ambientali diventano strumenti di governo dell’economia.

Come funziona il CBAM dal punto di vista operativo?

Dal 2026, gli importatori dovranno acquistare certificati CBAM in quantità proporzionale alle emissioni incorporate nei beni importati. Il prezzo di questi certificati sarà allineato al valore medio delle quote ETS europee.

Per fare ciò, sarà necessario disporre di dati affidabili sulle emissioni generate lungo il processo produttivo nei Paesi di origine. In assenza di informazioni verificabili, verranno applicati valori standard, spesso penalizzanti.

Questo aspetto rende evidente che il CBAM non è solo un obbligo amministrativo, ma un incentivo forte alla misurazione, alla rendicontazione e, nel tempo, alla riduzione delle emissioni lungo le filiere globali.

Quali imprese saranno coinvolte davvero?

Un errore diffuso è pensare che il CBAM riguardi solo grandi multinazionali o importatori diretti. In realtà, il suo impatto si estenderà lungo tutta la catena del valore.

Aziende manifatturiere, trasformatori, distributori e persino realtà che operano esclusivamente all’interno dell’Unione Europea potrebbero subire effetti indiretti, attraverso l’aumento dei costi delle materie prime o la rinegoziazione dei contratti di fornitura.

Il CBAM introduce quindi una nuova variabile strategica: la scelta dei fornitori in base alla loro impronta climatica.

Come possono prepararsi le aziende al CBAM?

Prepararsi al CBAM significa, prima di tutto, conoscere la propria filiera. Non in modo generico, ma con un livello di dettaglio sufficiente a comprendere dove e come si generano le emissioni.

Mappare i fornitori extra-UE, valutare la qualità dei dati disponibili, capire se esistono sistemi di monitoraggio delle emissioni e stimare l’impatto economico dei certificati CBAM diventerà una parte integrante della pianificazione aziendale.

Per molte imprese, questo processo rappresenta anche un’occasione per rafforzare il dialogo con i partner internazionali e stimolare pratiche produttive più sostenibili, anticipando futuri sviluppi normativi.

Il CBAM è una nuova forma di protezionismo verde?

Il dibattito internazionale sul CBAM è acceso. Alcuni Paesi lo considerano una forma di protezionismo verde, capace di penalizzare le economie emergenti. Altri lo vedono come un tentativo legittimo di internalizzare i costi ambientali reali delle produzioni.

La verità è che il CBAM si colloca in una zona di confine delicata, dove politica climatica e commercio globale si intrecciano. La sua efficacia dipenderà anche dalla capacità dell’Unione Europea di accompagnare lo strumento con cooperazione internazionale, supporto tecnico e dialogo multilaterale.

In ogni caso, il messaggio politico è inequivocabile: le emissioni di CO₂ non sono più invisibili nei mercati globali.

In che modo il CBAM cambia il concetto di sostenibilità nel commercio?

Fino a pochi anni fa, la sostenibilità era spesso percepita come un elemento reputazionale o volontario. Con il CBAM, diventa una condizione economica.

Il commercio internazionale entra in una nuova fase, in cui la competitività non dipende solo da costi del lavoro o disponibilità di risorse, ma anche dalla performance climatica dei processi produttivi.

Questo passaggio segna un’evoluzione profonda delle eco-politiche europee, che smettono di essere marginali e diventano strumenti centrali di governance economica.

Il 2026 come punto di partenza, non di arrivo

Il CBAM non è una soluzione definitiva alla crisi climatica, ma rappresenta un segnale forte: il mercato globale sta cambiando le proprie regole. Le aziende che inizieranno ora a leggere questo cambiamento non come un vincolo, ma come una trasformazione strutturale, saranno più preparate ad affrontare il futuro.

Il 2026 non segna la fine di un percorso, ma l’inizio di una fase in cui politica ambientale, economia e commercio internazionale saranno sempre più intrecciati. Ed è proprio in questo spazio che le eco-politiche mostrano il loro vero peso.

Giulia Tripaldi
December 30, 2025
5 min read